CONTRAILS

2019 CAMERA 35 - FUORI E DENTRO IL CAMPO © Giulio Nori

Camera 35 – fuori e dentro il campo

"Noi siamo ciò che facciamo finta di essere, e dovremmo porre più attenzione in ciò che facciamo finta di essere.”
Kurt Vonnegut
Madre Notte

Tempo fa ci è arrivata una e-mail in azienda. Venivamo tutti convocati per un corso intensivo di 16 ore, diviso in una giornata piena di 8, e in due pomeriggi da 4. Il corso avrebbe avuto come scopo principale, ci hanno detto, quello di compattare il nostro gruppo, una sorta di ente di servizio, risultato non perfettamente a norma, soprattutto a livello di rapporti umani, dopo quella che in ditta chiamano indagine di clima.
Ci siamo quindi ritrovati a dover passare una intera giornata, e due pomeriggi, insieme ad un formatore del centro Italia, che ci faceva domande a raffica per fare in modo che gli altri, del gruppo, capissero veramente chi siamo, in modo da, ha spiegato lui, accettare finalmente il fatto che lavorare insieme non è poi una gran condanna, vedendo l’aria che tira, soprattutto in certe regioni d’Italia, tra le quali, fortunatamente, la nostra non è ancora compresa (sempre a detta sua).
Il momento che ricordo con maggiore imbarazzo si è materializzato durante l’ultimo pomeriggio della formazione, quasi al termine. Ci è stato chiesto di chiudere gli occhi e di interpretare, all’interno della sala di un hotel di periferia, sistemata per l’occasione, alcuni versi di un poeta italiano, non ricordo sinceramente il nome. Ricordo vagamente di aver tentato di essere nuvola, e poi temporale, poi foglia, che piano avvizzisce, poi addirittura cavallo, stramazzato, mi sembra, verso fine esercizio.
Al termine del pomeriggio, prima dei saluti, il formatore aziendale ci ha detto che avevamo appena eseguito un esercizio di mimesi, termine greco che sta a significare, disse lui, il cercare di rappresentare l’essenza delle cose, attraverso una sorta di immedesimazione, artistica, ha sottolineato. La mattina dopo, in azienda, per i corridoi, si sentivano ancora dei nitriti e degli scrosci di pioggia fatti con la bocca. Pochi giorni dopo ho visto esposta, nella mia edicola, la copertina di un settimanale che adesso non esce più, lo si trova solo in digitale. Copertina di carta virata al giallo, sulla quale c’era la fotografia di un signore grassoccio, elegante, in maniche di camicia e cravatta a righe, scarpe nere, lucide, biondo, sudato, mentre balla, con un sorriso tirato, nella sala vuota di quello che potrebbe essere un albergo, e sullo sfondo, sfocati, presumo alcuni colleghi, e il titolo del settimanale recitava “è il team-building, bellezza!” con il punto esclamativo finale.

Dopo pochi giorni ho acquistato un biglietto aereo per Cracovia, e sono diventato un nazista.
Ogni sera prima della partenza, dopo il lavoro, mi esercitavo a star dritto, correggendo la postura che da qualche tempo ho assunto. Mi sono anche pettinato i capelli all’indietro, un paio di volte, prima di coricarmi. Poi una mattina all’alba sono partito, da Bologna in realtà, anche se nella mia testa l’aeroporto di partenza si trovava a Valparaiso, con scalo a Santiago, poi Santiago-Parigi, e da li a Cracovia. Viaggio lungo, soprattutto per un ultranovantenne in vacanza nei luoghi della sua giovinezza, insieme a una valigia minima ed una macchina fotografica leica, con 12 rullini kodak bianco e nero, 400 iso (i rullini erano poi degli Ilford, e la macchina l’ho usata tirando a 1600 la pellicola da 400, per simulare l’effetto sgranato dello sviluppo, immaginando il passaggio dei rulli sotto a così tanti scanner aeroportuali). Una volta a Cracovia mi sono trasferito in un hotel della prima periferia, e mi hanno assegnato la Camera 35 (che poi era la 20), al terzo piano. Ho riposto le mie cose nel piccolo armadio, ho ritirato i buoni per le tre colazioni a buffet previste prima del rientro in Patria e ho cominciato a camminare per i luoghi della mia giovinezza, per tre giorni di fila, percorrendo circa un quarantacinque chilometri, secondo il podometro che indossavo, tra periferia, centro e quartiere ebraico di Cracovia, e periferia e centro di Oświęcim, paese ospitante i campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau, a qualche centinaio di metri l’uno dall’altro. L’idea di partenza, nata grazie al continuo proliferare di gruppi neonazisti in tutta Europa, era di fare una sorta di reportage sul turismo nei luoghi della sofferenza, attraverso gli occhi di un ex-SS, rifugiato in Cile dopo la caduta di Hitler, in vacanza a Cracovia sotto falso nome. Il lavoro però si è immediatamente trasformato in altro, vista la presenza troppo invasiva di turisti, sia nella città di arrivo che nel paese ospitante i campi. Mi son quindi messo in cammino con la leica al collo, cercando proprio di evitare, contrariamente alle premesse, di immortalare persone, e di concentrarmi sui luoghi vissuti durante i miei 18 anni, come soldato del Reich addetto a mansioni di tipo impiegatizio nel campo di Auschwitz e saltuariamente in quello di Birkenau. Le cose che poi mi sono rimaste impresse di quei quattro giorni non sono tantissime, probabilmente perché ho molto ragionato con gli occhi. Nel ghetto ebraico, ad esempio, in prossimità del cimitero, in parte chiuso per lavori di manutenzione straordinaria, mi hanno chiesto da dove venissi. Italia, ho risposto mentendo. Mi hanno abbracciato e mi hanno messo in testa una kippah, necessaria per la visita del luogo sacro. Ho poi lasciato due euro di offerta per la causa. In prossimità del campo di Auschwitz il piccolo pullman che ci portava dalla stazione di Cracovia ha accostato nei pressi di un centro commerciale, per dare un passaggio ad una signora del luogo. Pioveva forte e sul muro che faceva da sfondo alla pensilina del bus c’era una enorme celtica fatta a vernice spray nera.
Mi ricordo poi i musi dei cavalli, bianchi (c’erano solamente cavalli bianchi, a Cracovia). Le facce degli autisti degli autobus e dei pochi taxi che ho preso, quando pioveva. Le facciate dei palazzi vecchi, annerite dallo smog, anche se si respirava benissimo, a Cracovia, rispetto a Valparaiso. Le grosse comitive dentro ai campi, molti in calzoni corti, con in mano le borse di bibite e panini. I bagni pubblici. Il male di gambe la sera tardi. Il dormire da soli. E tutto quello che ho fotografato.
Poi sono ritornato in me, dopo la terza colazione.

Pochi giorni fa ero con la mia compagna e le nostre figlie, Teresa, di quasi sei mesi, e Margherita, che a settembre compie 6 anni, ad una cena di autofinanziamento per organizzare un evento legato al primo maggio, nella sala di un circolo in provincia di Parma. A cena eravamo in 150 circa; c’era un bel chiasso, di quelli robusti, dopo aver terminato gli antipasti e i primi, complice anche il vino rosso genuino. Mentre giravo per la sala con Teresa in braccio per tentare di farla addormentare, ho visto che Margherita, dalla parte opposta del salone, mi faceva un cenno, come se volesse chiedermi qualcosa. Una volta avvicinata, mi ha guardato e chiesto “Papà, ma i nazisti erano quelli buoni, o quelli cattivi?”.

Mi è poi venuta voglia di rileggere un libro di Kurt Vonnegut, che implicitamente afferma che la storia si ripete, all’infinito, solitamente.

Nota a margine: io a vedere Auschwitz ci sono andato perché in molti mi hanno detto che il cancello sbarrato sul confine tra Grecia e Macedonia, fotografato da me tempo fa nei pressi del villaggio di Idomeni, mentre scattavo un lavoro sui confini, appunto, assomigliava molto al cancello del campo di concentramento più conosciuto della storia. Ho poi capito tre cose. Che il cancello di Auschwitz serviva a non fare uscire le persone, quello di Idomeni a non farle entrare. E che quello di Idomeni, paradossalmente, era molto più imponente di quello di Auschwitz.
E che la storia si ripete, all’infinito, solitamente.
E, aggiungo, in ultimo, penso che anche questo scattato in Polonia sia, in fondo, un lavoro sui confini.
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