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2019 OCCITANIA ITALIANA, UN PARADOSSO ALPINO © Emiliano Negrini

Occitania italiana, un paradosso alpino
Dall’abbandono delle terre alla ricostruzione di una comunità


[…] nam alii oc, alii oil, alii sì affirmando locuntur, ut puta Yspani, Franci et Latini.
[…] dato che alcuni per affermare dicono oc, altri oïl, altri ancora sì, come gli Ispani, i Francesi e gli Italiani.
Dante Alighieri, De vulgari eloquentia, Liber primus, VIII.

Il 15 dicembre 2019 quattordici valli delle province di Imperia, Cuneo e Torino festeggiano il ventennale dell’approvazione della legge 482/99 che inserisce la lingua occitana tra i dodici idiomi storici presenti sul suolo italiano. La legge, richiamandosi all’articolo 6 della Costituzione che tutela le minoranze linguistiche, rende legale l’insegnamento della lingua e delle tradizioni culturali di minoranza nelle scuole del territorio e sostiene iniziative per il suo rilancio. La sua approvazione è l’esito di mobilitazioni autonomiste che hanno accompagnato buona parte degli anni Settanta. È infatti da quel periodo che la minoranza occitana in Italia chiede un riconoscimento, spinta dall’azione politica di ispirazione marxista di François Fontan, fondatore nel 1967 del Movimento Autonomista Occitano che vede nell’antica lingua d’òc l’elemento unificante le quattordici vallate. La realtà però è diversa: della nobile storia della lingua dei trovatori e dell’amor cortese a cui Dante dedica otto versi del Purgatorio si è persa memoria da secoli e ciò che rimane è un patois di montagna, un parlare a nosto modo inconsapevole del suo retaggio.
Nei decenni seguenti la mobilitazione occitanista si diffonde lentamente sul territorio, frenata da uno spopolamento sempre più forte: troppo vicine alle industrie e ai servizi di Torino e Genova le valli Maira, Varaita, Grana, Po, Chisone, Germanasca, Pellice, Vermenagna, Stura, Pesio, Ellero, Alta Dora, Corsaglia e Gesso si svuotano. Macra in val Maira passa dai 1048 abitanti del 1901 ai 55 del 2010; Argentera in valle Stura passa in un secolo da 912 a 78; Rittana in val Grana da 1411 a 140; Oncino in valle Po da 1699 a 81.
Alla fine degli anni Novanta qualcosa però cambia: con il sostegno dalla legge 482/99 si inizia a sviluppare un turismo e una cultura “di minoranza” che reimpiega spesso gli stessi militanti occitanisti trasformatisi in ristoratori, rifugisti, musicisti, guide. Questi avviano un’opera di recupero, reintroduzione e in alcuni casi anche di parziale ricostruzione di un’identità occitana unitaria capace di restituire un “noi” a una popolazione pressoché scomparsa dalla sua terra e ai suoi figli e nipoti emigrati altrove. Simboli e iniziative culturali oggi diffusissimi sul territorio sono in molti casi una presenza recente in cui però la maggior parte degli abitanti storici si riconosce. E la montagna, con la sua aura di luogo ideale, puro, libertario, utopico ma a portata di mano, diventa presto il simbolo di una autenticità realizzabile dove ricomporre una comunità, dove un altro mondo è possibile.
È insomma una legittimità forte quella che l’Occitania regala, capace di generare un orgoglio di appartenenza diffuso e transgenerazionale, che si afferma attraverso bandiere, simboli, feste, processioni, danze in piazza, musiche, iniziative culturali e turistiche ben lontane dal folklore per i turisti di Ferragosto. E in molti paesi, come per esempio a Ostana in valle Po, la popolazione negli ultimi anni ha ripreso lentamente a crescere trainata da un recupero urbanistico che ne ha fatto un un laboratorio di architettura alpina contemporanea.

In tempi di “piccole patrie” e sovranismi diffusi l’Occitania italiana può forse rappresentare una strada per restituire dignità e vita ai tanti territori “del margine” di cui l’Italia è composta, invertendo la tendenza all’abbandono delle terre e ricostituendo, o in molti casi richiamando, una comunità. Un paradosso alpino.
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