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BELGRADE WATERFRONT © Massimo Gorreri

Se esiste un posto nell’immaginario comune, il più lontano possibile dallo sfarzo di Dubai, questo è la penisola balcanica. Eppure è proprio a Belgrado, capitale della Serbia, che il governo locale e la Società degli Emirati Arabi Eagle Hills sono all’opera con il Belgrade Waterfront, un progetto faraonico di riqualificazione urbana che prevede la costruzione di otto hotel, appartamenti di lusso ed uno dei centri commerciali più grandi mai realizzati, il tutto all’ombra di una torre in vetro e acciaio che, una volta completati i lavori, sarà tra le più alte d’Europa. Un ossimoro architettonico, ma più in generale una contraddizione etica e sociale, se si considera che questi due chilometri quadrati di scintillio e tecnologia prenderanno forma nel quartiere di Savamala, area sulle rive del fiume Sava. Dopo la svalutazione del Dinaro, che nei primi anni 2000 ha aumentato vertiginosamente l’inflazione e sbriciolato la già gracile economia locale, una faticosa risalita per una capitale di un milione e duecentomila abitanti; l’ambizione di diventare “da grande” una metropoli di respiro europeo, la voglia di superare i decenni di dittatura comunista, la guerra e le bombe, i nazionalismi, di aprirsi al mondo. Il prezzo da pagare è molteplice, ad iniziare dalla spersonalizzazione del quartiere di Savamala, fucina di artisti e creativi della città, che rischia di venir divorato da ruspe e cantieri, anche se i progettisti rassicurano che l’anima pittoresca e bohemienne del quartiere non verrà toccata.Una coerenza nell’incoerenza tutta balcanica dove, in una capitale in cui si vive mediamente con meno di cinquecento euro al mese, si costruisce senza badare a spese un’oasi di lusso sfrenato. Belgrado è questa, piaccia o no, alfiere irrequieto della Serbia e dei Balcani. Una metafora di contrasti e contraddizioni che si alimenta in ogni periodo storico, quasi non potesse farne a meno: accostare culture, idee, etnie, religioni ed essenze differenti, quando non opposte. Una coesistenza non armonica, almeno non come era (o come ci veniva descritto) il Libano del dopoguerra; piuttosto una commistione spigolosa e aspra, che tuttavia non nasconde un certo fascino e una certa forza. E così, dopo i Celti, i Romani, gli Slavi, i Turchi, i Magiari e gli Asburgo d’Austria, ora questa regione, che con un occhio guarda ad occidente e ai dollari degli emiri, si trova a dover fronteggiare una nuova fase storica, quella delle migrazioni attraverso la rotta balcanica. Dopo il muro sui confini costruito dall’Ungheria di Orban infatti, cui ha fatto seguito anche la Croazia, la Repubblica Serba - ed in particolare la capitale - è diventata un punto d’approdo per chi scappa dalla fame e dagli integralismi; sono soprattutto Afghani e Paskistani, un milione e duecentomila secondo i dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, coloro che hanno raggiunto, dopo un estenuante viaggio attraverso Iran, Turchia, Grecia, Bulgaria e Macedonia, la capitale Serba. Senza acqua calda o servizi sanitari, in uno dei campi profughi più affollati del vecchio continente, sorgerà proprio il Waterfront: dall’estrema miseria al lusso del superfluo. Estrema coerenza dell’incoerenza, appunto.

Luigi Barbarese
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